Una storia di testimoni di Geova.

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Ci scrivono.
«Sono stato un coinquilino di merda.
Università, anno 1999. Dopo una nottata a un free drink, torniamo a casa sfatti e alcolizzati, tutti coinquilini dello stesso appartamento. La mattina seguente suona il citofono. Mi alzo per andare a rispondere alla porta. Sono due testimoni di Geova. E qui arriva l’idea geniale. Li faccio entrare in cucina, ci parlo e racconto loro dei miei coinquilini, del loro caso umano. Avevano perso la via maestra. Alcool, vizi e vita lasciva li avevano resi delle perfette pecorelle smarrite. Dico ai testimoni di Geova che i miei coinquilini hanno bisogno della luce di Dio.
A quel punto, lascio i miei ospiti in cucina e chiedo loro di aspettare un attimo, offrendogli dell’acqua fresca. Vado in corridoio e busso alle porte dei miei coinquilini. Entro solcando l’oscurità nella quale era immersa ogni stanza, l’odore di umanità da spogliatoio di centro sportivo maschile è fortissimo. A ciascuno dei miei coinquilini dico che in cucina ci sono delle paste calde per tutti. Costringo tutti ad alzarsi, mentre violentemente alzo le serrande.
Mi assicuro di vederli entrare in cucina, all’adunata. Hanno tutti la bocca secca disidratata dall’alcool del giorno prima. A quel punto, chiudo la porta di casa alle mie spalle. E penso:”Ecco, ora posso iniziare la giornata”.»

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